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L’altra battaglia che diede forma al mondo moderno fu condotta da Horatio Nelson e combattuta anch’essa su imbarcazioni a remi e a vela. Si svolse a Trafalgar, nei mari a sud della Spagna, e fu vinta ancora una volta grazie alle caratteristiche che abbiamo rilevato nel post dedicato a Salamina, soprattutto grazie all’abilità del comandante di condurre i propri uomini e ancora una volta una strategia unica, innovativa e semplice da adottare.

NapoleoneIl nemico da affrontare in quel momento era chi stava dominando incontrastato l’Europa e la stava soggiogando al proprio volere dittatoriale, che ancora oggi è considerato dagli storici come uno dei più grandi geni militari mai esistiti: Napoleone Bonaparte (foto a destra).

Napoleone stava aspettando solo di conquistare l’Inghilterra. Se ci fosse riuscito, avrebbe dominato poi anche gli Stati Uniti d’America, di cui già possedeva una grossa percentuale e quindi da lì il mondo intero.

Lo dividevano dalla suprema vittoria finale un piccolo braccio di mare, lo stretto della Manica, e un grande ammiraglio: Horatio Nelson.

Napoleone aveva bisogno della flotta navale francese, alleata con la Real Armada spagnola, che lo coprisse dall’intervento della flotta inglese mentre sbarcava con 150.000 soldati e invadeva l’Inghilterra direttamente sul suolo britannico.

VilleneuveA capo della flotta francese – vedi immagine a sinistra – c’era l’ammiraglio Villeneuve (sì, proprio come i mitici padre e figlio della Formula 1). Che aveva ahimè appena fallito una missione e così si era riparato nel porto di Cadice, nel sud della Spagna con Nelson che lo stava raggiungendo con la flotta britannica per attaccarlo e sconfiggerlo definitivamente. Napoleone intanto osservava dalla distanza deluso e in preda all’ira.

Il primo grande problema di Nelson era di fare uscire Villeneuve in mare aperto per ingaggiarlo in battaglia. Villeneuve e Gravina, a capo della flotta spagnola, invece avevano capito che tatticamente era meglio temporeggiare.

Qui cominciamo a notare fuori i principi di leadership base che permisero a Nelson e all’Inghilterra di vincere e che invece furono causa della sconfitta finale di Napoleone.

Infatti, Napoleone terrorizzava le persone che lavoravano per lui. Il terrore non è un buon modo per ottenere il meglio dalle persone, sicuramente è un modo per dominarle ma non per farle eccellere. Il capo che domina in modo autoritario deve poi fare tutto da solo e anche se è un genio, alla fine deve capitolare di fronte all’intelligenza collettiva di chi sa usare al massimo le proprie persone.

La dimensione umana del comandare una flotta era invece un fattore fondamentale per Nelson. Le cure che aveva per chi fosse sotto il suo comando, il suo desiderio di ricompensare chi dimostrava valore, e di promuovere i suoi uomini migliori lo resero l’ammiraglio preferito di ogni ufficiale coraggioso che avesse voglia di fare e di distinguersi. L’impatto di un uomo come Nelson sui suoi ufficiali storici e su chi si era appena unito alla battaglia creava un clima di professionalità armonica unica. Nessun altro era in grado di generare lo stesso entusiasmo. Nelson non guidava con autorità, piuttosto si identificava con i propri marinai, era amato da essi e dai propri ufficiali. Nonostante fosse un uomo duro professionalmente, come deve essere un ammiraglio, era in grado di farsi amare. Ben diversamente da Napoleone che invece preferiva essere temuto che essere amato.

Intanto Villeneuve riceve notizia che Napoleone lo vuole sostituire perché ormai pensa che non sia in grado di risalire fino alla manica per attuare il piano d’invasione dell’Inghilterra. Temendo però l’ira di Napoleone decide di tentare il tutto per tutto e giocarsi la carta di cercare di battere Nelson e poi navigare verso la Manica e permettere a Napoleone di sbarcarci. Ecco il primo elemento fatale che abbiamo già incontrarlo: l’ansia di agire anche quando sarebbe meglio non farlo.

Nelson PrimaInoltre Nelson (ritratto qui a destra, da notare che aveva già perso un braccio in battaglia) a quanto pare è l’unico a studiare il tempo, osserva il barometro, e prevede che il giorno successivo ci sarà tempesta: è il momento giusto di dare battaglia.

Nelson scelse attentamente il luogo della battaglia: avrebbe sì permesso al nemico di attaccarlo, ma avrebbe impedito alla flotta di sfuggire dallo stretto a causa del maltempo che sarebbe arrivato e nel frattempo sarebbe stato ben posizionato per evitare che un’altra parte della flotta francese potesse contattare Cadice dove Villeneuve era posizionato.

Non avrebbe avuto però molto tempo e per questo aveva bisogno di una tattica innovativa che gli avrebbe permesso di vincere velocemente.

Così Nelson pensò intensamente e scrisse un famoso memorandum in cui distillò la sua strategia. Lo stile era non prescrittivo sapendo che durante la battaglia non si può prevedere tutto e che dopo il primo impatto si può solo avere fiducia nei propri ufficiali e nelle loro capacità.

Le navi che Nelson scelse per condurre l’attacco erano infatti quelle comandate da chi conosceva molto bene e a cui si affidava totalmente. Un esempio è dato da come accordò a Blackwood il permesso di utilizzare il proprio nome per inviare ordini alle navi che lo seguivano il giorno della battaglia: aveva fiducia assoluta sulle capacità di giudizio di Blackwood.

Infine, per prevenire il fatto che a volte il caso può giocare un ruolo importante a nostro sfavore e che il momento più difficile di tutti, quello che decreterebbe la fine sicura è il “non saper cosa fare”, Nelson ricordò nel memorandum che:

«Nel caso i segnali non si possano vedere o non possano essere chiaramente compresi, nessun capitano può sbagliare di molto se posiziona la propria nave a fianco di una nave nemica e la ingaggi in battaglia.»

Anche questo un atteggiamento è ben diverso da quello di Napoleone. Infatti una delle ragioni per cui Napoleone venne definitivamente sconfitto a Waterloo, fu proprio l’ossessione di dare sempre ordini personalmente e spesso questi ordini non erano affatto chiari. Si dice che Napoleone avesse ufficiali mediocri, ma è anche vero che il suo modus operandi non favoriva lo sviluppo dell’intraprendenza e delle capacità di chi lavorava per lui. Mentre nel breve periodo un atteggiamento autoritario può sembrare produttivo alla lunga quello che produce è mediocrità. Quando i suoi ufficiali non comprendevano gli ordini, avendo paura di fallire e dell’ira di Napoleone, non sapevano cosa fare.

La storia delle battaglie, e anche delle aziende e dello sport, ci insegna che chi è più spaventato di essere sconfitto che desideroso di vincere alla fine perde davvero.

Inoltre Nelson non commise l’errore di sottovalutare il nemico mentre sappiamo che Napoleone al suo capo di Stato Maggiore Generale maresciallo Soult, a colazione nella fattoria di Le Caillou, la mattina del 18 giugno 1815 disse:

«Poiché siete stato battuto da Wellington, lo considerate un buon generale? Ma io vi dico che è un cattivo generale, e che gli inglesi sono dei cattivi soldati. L’intera faccenda sarà semplice come fare colazione.»

Era ovvio che non conoscesse la Prima legge di Murphy (Se una cosa può andare storta, lo farà) e nemmeno il Corollario alla prima legge: “Niente è così facile come sembra.”

E così, avendo saputo che Napoleone non era soddisfatto di lui, il viceammiraglio François Étienne de Rosily-Mesros, Villeneuve non resistette e decise infine di uscire da Cadice e correre il rischio di accettare battaglia, senza sapere bene quale tattica adottare contro Nelson.

Anche il fatto di agire senza almeno un canovaccio di piano è una mossa disastrosa, quando invece prima di iniziare a fare qualunque cosa è sempre ben darsi un obiettivo chiaro e magari prevedere cosa si farà nei casi di imprevisto: proprio come si stava organizzando Nelson.

RyoanJi

Il servizio informazioni della marina francese aveva comunicato a Villeneuve che la flotta inglese comprendeva 29 vascelli di linea ed un numero imprecisato di fregate e corvette. E qui c’è il primo piccolo stratagemma/accorgimento di Nelson. Nel giardino Zen originale di Ryoan-Ji dove, grazie all’abile disposizione decisa dall’architetto, il visitatore da qualunque posizione si mettesse poteva vedere sempre solo otto pietre pur sapendo che ce n’erano in realtà nove. (Sì lo so, sembra che non c’entri niente il Giappone ma fidati che c’entra!). Così Nelson aveva avuto l’accortezza di nascondere alcune delle proprie navi grazie alle abilità di navigazione e conoscendo il punto di osservazione del nemico unicamente per illudere Villeneuve di avere un vantaggio numerico e quindi di potersi permettere una battaglia. Un altro peccato mortale: quello di credersi superiore. Nelson conosceva talmente bene i punti deboli del proprio avversario e la natura umana che ormai era in grado di far credere all’avversario che fosse lui a decidere e in controllo.

A bordo dell’ammiraglia francese si tenne un consiglio di guerra e Gravina espresse perplessità sulle capacità operative della navi spagnole ma gli ufficiali francesi si opposero a questa visione e il contrammiraglio Magon apostrofò malamente Gravina. Capita anche a te che ti mettano a tacere perché esprimi qualche perplessità? Ancora una volta lo stile autoritario che si era diffuso a tutti i livelli non favorì il pensiero lucido ma solo il nervosismo e l’impulso ad agire. Tra gli ufficiali francesi e quelli spagnoli la tensione divenne altissima, gli insulti fioccavano, e due di loro si sfidarono addirittura a duello.

Il mattino del 19 ottobre, con Gravina che ancora esprimeva il proprio parere contrario, la flotta franco-spagnola salpò da Cadice con 33 vascelli di linea. L’uscita delle navi dalla rada di Cadice fu molto lenta, tanto che vista la minaccia di un attacco inglese Villeneuve diede ordine di rientrare in porto. La squadra salpò nuovamente alle 7:00 del giorno dopo, riuscendo a mettersi in formazione al largo di Cadice solo nel pomeriggio del 20 ottobre.

Mentre la flotta britannica si avvicinava alle flotte nemiche combinate di Francia e Spagna, il 22 ottobre Lord Nelson segnalò alle sue navi tutte le istruzioni necessarie per la battaglia. Tuttavia, consapevole della gravità degli eventi in arrivo, egli sentì che occorreva qualcosa in più. Istruì allora il suo ufficiale alle segnalazioni, il tenente John Pasco. Nelle parole di Pasco:

England Expects Nave «Sua Signoria venne da me a poppa, e dopo aver ordinato di fare certi segnali, intorno a mezzogiorno meno un quarto, disse: “Mr. Pasco, desidero dire alla flotta, L’INGHILTERRA CONFIDA CHE OGNI UOMO FARÀ IL SUO DOVERE” (in inglese «England confides that every man will do his duty.»). e aggiunse: “Dovete essere rapido, perché ne ho un altro da fare che è per l’azione ravvicinata.” Replicai: “Se Vostra Signoria mi permette di sostituire confida (confides), con si aspetta (expects) il segnale sarà completato subito, perché la parola si aspetta è già nel vocabolario, e confida deve essere compitata lettera per lettera.” Sua Signoria replicò, in fretta, e con apparente soddisfazione: “Questo andrà bene, Pasco, fatelo direttamente.»

Anche qui un episodio illuminante di come Nelson non sia ossessionato dai propri ordini, a immediatamente sia in grado di accogliere i consigli dei collaboratori, che senza paura glieli danno, e che ovviamente sono più pratici perché loro lavorano direttamente sul campo e conoscono i mezzi e gli attrezzi a disposizione. In questo modo il collaboratore è valorizzato, la praticità di esecuzione diventa migliore e l’intero risultato funziona al meglio.

Collingwood, che non aveva la stessa capacità di capire la natura umana non vedeva la necessità di issare un tale messaggio e borbottò: “Sappiamo tutti cosa dobbiamo fare”. Ma quando vide poi il messaggio issato ne fu colpito e come tutti venne toccato da quel gesto umano di Nelson, dalla sua voglia di comunicare con i propri uomini attraverso un messaggio personale issato sulla propria nave, un messaggio che toccava il cuore di ogni marinaio e che era una di quelle cose che nel tempo aveva dato a Nelson l’alone magicamente divino che solo lui sapeva portare in ogni situazione.

E mentre il messaggio veniva dato dagli ufficiali alla ciurma, nave dopo nave, l’intera flotta si lanciò in urla di approvazione.

Molte navi avevano a bordo musicisti che suonavano e cantavano canzoni incoraggianti mentre le navi salpavano verso la battaglia: “Cuori di Quercia” era una delle più gettonate, insieme a “I Britannici Colpiscono Ancora”, “La Britannia Domina” e “La Caduta di Parigi”.

Nel momento prima della battaglia il sole era splendente e i colori delle navi avversarie si distinguevano chiaramente. La grande differenza era che le navi di Villenueve avevano gli anelli di metallo dell’albero inferiore dipinti di nero; Nelson, con il tuo tipico pensare avanti, aveva ordinato in precedenza di dipingere le fascia delle proprie navi di giallo, (come per esempio le più moderne segnalazioni stradali) in modo da poter essere identificate più facilmente nel fumo degli spari dei cannoni.

Come strategia d’attacco Nelson decise di giocare una carta nuova e completamente innovativa che lo rese immortale.

La tattica navale classica e largamente diffusa che venne utilizzata durante tutta l’era della navigazione a vela consisteva nell’affrontare una flotta nemica disponendosi in una singola linea di battaglia parallela alla linea del nemico e poi bombardare a più non posso. Era il modo ritenuto migliore per facilitare la segnalazione in battaglia, il disimpegno e per massimizzare il volume di fuoco sulle aree di destinazione.

In questo caso la supremazia numerica era assolutamente determinante e qualche nave in più significava quasi certamente la vittoria.

Nelson sapeva di essere in inferiorità numerica, di avere poco tempo ma di poter contare su marinai con una maggiore capacità marinaresca.

E così invece di disporsi lateralmente Nelson decide di dividere la sua flotta in due colonne dirette perpendicolarmente alla flotta nemica, in una formazione che verrà poi definita a “T”, cioè caricandola nel centro e spezzandola in due “divide et impera”). E naturalmente Nelson si mise senza esitazione alla testa di uno dei due segmenti e si diresse dritto addosso alla nave di Villeneuve.

Disposizione Trafalgar

Lo schema delle navi nell’attacco innovativo di Nelson

Nelson conosceva il valore della propria guida: aveva dato agli uomini un messaggio motivante, ora avrebbe dato lui stesso l’esempio motivante.

Dopotutto gli uomini adoravano Nelson perché nelson condivideva e si esponeva agli stessi pericoli a cui esponeva i propri uomini. Come si sarebbero sentiti i suoi uomini se li avesse lasciati all’ultimo momento? Ci ricorda molti dei nostri capi e politici vero? Che sono sempre i primi a salvarsi quando il gioco diventa duro.

Notiamo inoltre come il piano di Nelson non sia articolato, complesso e difficile da capire. E’ qualcosa che chiunque avrebbe potute capire facilmente. E questa semplicità è alla base dell’esecuzione che ne seguì.

Nelson agì così come fece il 21 ottobre 1805 perché era il suo dovere, doveva condurre i propri uomini: la battaglia non poteva essere seguita da nessun altra parte. Infatti nell’ora che precedette il contatto dovette cambiare il piano d’attacco della propria colonna ben due volte basandosi sulla disposizione reale del nemico che poteva verificare solo in alla guida della Victory stessa.

Ovviamente ogni grande strategia si assume grandi rischi in cambio di grandi vantaggi potenziali, e il grosso rischio della strategia di Nelson è che la sua nave ammiraglia e quella di Collingwood, a capo dell’altra colonna, si espongono al fuoco nemico. Il primo grande vantaggio è che le navi inglesi così facendo possono sparare con tutti i cannoni e non solo con quelli di un lato. Il secondo è che una volta spezzata la fila del nemico si creano spazi stretti e ravvicinati dove Nelson riteneva di avere migliori capacità di manovra e di attacco grazie alla perizia dei propri marinai nel maneggiar le imbarcazioni. E questa capacità si manifestò subito a causa del vento irregolare, che lasciò gli abili marinai inglesi in difficoltà per due ore e gli alleati spagnoli francesi nel caos per molte di più.

Trafalgar BattleIl segnale finale di Nelson alla flotta, inviato alle 12:25 p.m. prima ancora che un solo cannone inglese avesse sparato un colpo fu il messaggio: “aggredite il nemico più da vicino”. Basta. Il segnale venne dato con le stesso sistema telegrafico delle bandiere. Nelson mantenne il segnale per tutta la battaglia finché non venne spazzato via durante la battaglia stessa dal fuoco dei cannoni nemici.

Quando le due colonne di Nelson e Collingwood abbatterono il loro impeto sul nemico il centro degli alleati venne ridotto a un insieme disordinato di navi isolate, non più ad una linea di attacco stabile e potente, e anche se gli alleati combatterono con coraggio encomiabile non erano guidate con la stessa leadership e non avevano abilità marinaresche e di combattimento a distanza ravvicinata della ormai inarrestabile flotta britannica.

La velocità e costanza degli inglesi travolse gli alleati, un pezzo alla volta, e nel giro di tre ore la forza franco-spagnola dovette capitolare, distrutta dall’artiglieria e da un’abilità di combattimento che non aveva mai visto sino ad allora.

Nelson aveva frantumato le regole della tattica navale, trasformato un’intera flotta pronta alla battaglia in un drago senza testa tagliato in due parti impazzite, facendo prevalere la velocità sulla grandezza delle navi, la precisione d’esecuzione sulla potenza bruta.

E poi l’episodio che lo consegnò definitivamente alla storia.

Nelson stava discutendo come gestire il Leviathan e il Conqueror con il suo fido Hardy quando, circa all’1:15, un colpo sparato dall’albero mezzanino in cima alla Redoutable lo colpì alla spalla sinistra. La pallottola di piombo da 18 millimetri di diametro gli trapassò la scapola, forò il polmone sinistro, recise un’arteria, spezzo la colonna vertebrale e si fermò nel muscolo sotto la spalla destra. Cadendo sul ponte Nelson inciampò e cadde nella pozza di sangue del povero Scott già colpito prima di lui.  Immediatamente un sergente della Marina Reale e un marinaio accorsero per aiutarlo ma Nelson sapeva già cosa era appena accaduto e disse ad Hardy: “Alla fine ce l’hanno fatta, la mia colonna vertebrale è stata colpita”.

Nelson ColpitoNelson resistette e restò in vita abbastanza da essere informato della vittoria della flotta inglese, non demoralizzando nel frattempo i propri uomini che non si accorsero di nulla grazie ad una marsina rosso sangue che era solito indossare e che nascose il sanguinare della ferita.

Nelson si consultò con il medico Beatty che gli confermò che era spacciato, cominciò a dare il suo discorso più breve e più toccante dichiarandosi però soddisfatto: “Che Dio sia lodato. Ho fatto il mio dovere”.

E qui vediamo l’altro elemento che animò la vita di Nelson: il combattere per qualcosa più grande – non il potere, non la gloria – ma il futuro dei valori più profondi di Libertà della propria nazione, il Dovere, il Proprio Paese, Dio.

L’ammiraglio inglese diventò così uno dei più grandi eroi di guerra della Gran Bretagna. L’ammiraglio Villeneuve fu catturato insieme con la sua nave, la Bucentaure. L’ammiraglio spagnolo Federico Gravina fuggì con il resto della flotta ma subì una ferita al braccio sinistro che, non curata adeguatamente, lo portò alla morte alcuni mesi più tardi. Villeneuve partecipò ai funerali di Nelson, mentre era ancora prigioniero in libertà vigilata in Gran Bretagna.

Questa fu probabilmente la più grande battaglia navale a cui il  mondo assistette. Il costo della fu vittoria alto. I franco-spagnoli persero complessivamente 19 navi (una affondata, 18 catturate compresa la Santíssima Trinidad, nave ammiraglia della flotta spagnola, e l’ammiraglia di Villeneuve); i francesi ebbero 3.373 morti e 1.155 feriti, gli spagnoli circa 3.000 tra morti e feriti (compreso l’ammiraglio Gravina, che morì qualche tempo dopo). Le navi britanniche subirono danni gravi (compresa la Victory), ma nessuna andò perduta; i morti inglesi furono 449 (compreso l’ammiraglio Nelson), i feriti 1.246.

La fine della battaglia portò un certo sollievo nella flotta, anche se ci fu poco tempo per riposare data la necessità di salvare almeno parte del bottino e riparare in fretta le navi per affrontare la tempesta che stava arrivando.

La notizia che Nelson era morto si sparse tra gli inglesi e l’assenza della bandiera dalla sua Victory confermò i timori. Gli uomini della scialuppa che portarono la notizia a Collingwood non poterono trattenere le loro emozioni: uomini, combattenti, induriti da mille battaglie, piangevano ora come bambini.

Nei mesi che seguirono la sua morte Nelson fu trasformato da un eroe vivente in un Dio nazionale. Il più grande guerriero che l’Inghilterra avesse prodotto, al miglior comandante navale di ogni tempo, lasciò il regno dei mortali, proprio come aveva voluto, circondato da una folla di fedeli che catturassero questo momento per l’eternità. La scena era doppiamente commuovente, in quanto l’eroe morì lentamente, morendo nel duo stesso sangue e rimanendo conscio per tutto il tempo.

Locandina Vittoria

I suoi pensieri finali mescolavano preoccupazioni professionali, avvisando il capitano Hardy di prepararsi perché ci sarebbe stata tempesta, cercando allo stesso tempo l’assoluzione o forse solo un po’ di calore umano. A Hardy comunicò alcune preoccupazioni legate ai suoi funerali e a lui affidò il compito – praticamente impossibile – di assicurare una ricompensa nazionale per suo figlio e la sua amante.

Il modo e il luogo in cui Nelson morì completò la sua leggenda: era la morte ideale romantica.

L’ammiraglio Villeneuve fu rilasciato nell’aprile 1806, dopo poco più di cinque mesi di prigionia, in cambio di quattro capitani britannici, secondo gli accordi presi dalle autorità dei due paesi.

La mattina del 22 aprile l’ammiraglio francese venne trovato morto nel proprio letto, colpito da sei pugnalate al torace, cinque al polmone e una al cuore. Quello che successe nella camera dell’ammiraglio quella notte non è mai stato chiarito in modo definitivo. Il Prefetto Mounier, ed i suoi colleghi della commissione d’inchiesta registrarono la sua morte sul referto dell’esame autoptico come «…morte da ferite autoinflitte»: ovvero suicidio. Il corpo dell’ammiraglio fu seppellito di notte, senza essergli resi gli onori di militari, in una tomba anonima.

Alla Battaglia di Trafalgar è stata dedicata Trafalgar Square a Londra diventata una celeberrima piazza.

Nelson Colonna

La colonna di Nelson in trafalgar Square

La vittoria britannica di Trafalgar chiuse definitivamente il secolare duello anglo-francese per il controllo degli oceani: Napoleone dovette rinunciare all’invasione della Gran Bretagna, che diventò la padrona assoluta dei mari fino alla prima guerra mondiale svegliando Napoleone dal sogno di conquistare il mondo.

Napoleone aveva già venduto due anni prima i propri territori oltreoceano agli Stati Uniti. Due milioni di chilometri quadri di territorio (=immenso) allora conosciuto con il nome di Louisiana francese.

Anche se Napoleone venne sconfitto definitivamente dieci anni più tardi ormai lo schema mondiale era segnato: l’Inghilterra vinse e gli Stati Uniti diventarono un paese autonomo, di sola lingua inglese, conquistando una compattezza e una ricchezza di risorse che li renderà il paese del futuro e la nuova guida militare, culturale ed economica del mondo.

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