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I TATUAGGI DEI MARINAI

Pensare che i tanti tatuaggi che vediamo oggi tra la gente che ci circonda derivano da una cultura marinaresca, potrebbe apparire una bufala ed invece è proprio così: i tatuaggi si sono diffusi nella società grazie ai viaggi che, secoli fa, fecero i primi esploratori marittimi.

Il tatuaggio è un’arte raffinata che esiste fin dal Neolitico.

La più antica pelle umana tatuata mai ritrovata è quella del labbro superiore di una mummia della cultura chinchorro, del Sudamerica, che risaliva al sesto millennio a.C..

Le prove più antiche di questa forma d’arte in Europa sono state trovate sul corpo di Otzi, l’Uomo dei Ghiacci, che risale al tardo quarto millennio a.C.; il suo corpo era coperto da sessantuno tatuaggi a forma di gruppi di linee o croci prodotti con sottili incisioni nelle quali era stata poi massaggiata della carbonella. La maggior parte dei tatuaggi di Otzi si trovano su parti del corpo che probabilmente gli avevano causato dolori in vita e molte delle aree tatuate corrispondono alle moderne linee dell’agopuntura.

Questa forma d’arte è stata per lungo tempo associata ai marinai, fin dai tempi in cui la flotta marittima britannica iniziò ad entrare in contatto con culture non europee.

Nel 1577, durante un viaggio finalizzato ad individuare un passaggio a nord ovest per raggiungere la Cina con le sue promesse d’oro, tre navi e 120 uomini al comando di sir Martin Frobisher fecero prigionieri dei nativi inuit, un uomo, una donna e un bambino. La donna aveva tatuaggi sul mento e sulla fronte e al loro ritorno in Inghilterra divenne una grande attrazione alla corte di Elisabetta I. Purtroppo, i tre inuit morirono nel giro di un mese.

Nel diciassettesimo secolo per i pellegrini britannici era una pratica usuale tatuarsi per commemorare i viaggi in Terra Santa.

Nel 1692 William Dampier riportò in patria, a Londra, un indigeno dalla parte occidentale della Nuova Guinea che aveva il corpo tatuato. Fu esposto come una curiosità negli spettacoli vaudeville e divenne noto come il Principe Dipinto.

Tra il 1766 e il 1779 il capitano James Cook fece tre viaggi nel Pacifico meridionale e ritornò in patria con tante storie sui “selvaggi tatuati”. Fu allora che la parola “tatuaggio”, che deriva dal tahitiano tatau, fu introdotta per la prima volta in Inghilterra. Cook annotò le sue osservazioni riguardanti questo genere di modifiche corporee nel diario di bordo della HMS Endeavour mentre era all’ancora a Tahiti, nel luglio del 1769: “entrambi i sessi si dipingono il corpo, nella loro lingua questo si chiama tatau. L’operazione viene realizzata facendo penetrare il colore nero sotto la pelle, in modo tale da renderlo indelebile… passerò ore a descrivere tale metodo per la realizzazione dei tatuaggi.. si tratta di un’operazione dolorosa, soprattutto se praticata sulle natiche, e viene effettuata solo una volta nell’arco della vita”.

Sir Joseph Banks, il consulente scientifico e botanico della spedizione, tornò in Inghilterra tatuato. Banks era un rispettato membro dell’aristocrazia inglese e aveva pagato per poter essere imbarcato al fianco di Cook. Quest’ultimo portò con sé un uomo tatuato di Raiatea, di nome Omai, che presentò a re Giorgio III e alla corte inglese. Anche molti dei marinai di Cook tornarono in patria tatuati, dando il via ad una tradizione che presto sarebbe stata identificata con il mondo dei marinai e si sarebbe diffusa rapidamente in tutti i porti del globo.

 

Cit. – da “Storia della Vela in cento oggetti” di Barry Pickthall

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